Gemellaggio con l’associazione della Polizia di Stato

Prossimo appuntamento nelle varie attività istituzionali della UPTM

La sempre maggiore pervasività dell’infiltrazione delle organizzazioni criminali nel tessuto economico e produttivo del Paese ha imposto una implementazione degli strumenti di contrasto alle organizzazioni criminali.
Tali strumenti, specialmente negli ultimi anni, sono stati oggetto di numerosi interventi frutto della crescente consapevolezza della necessità di affiancare all’apparato repressivo penale istituti che agiscono su piani diversi da quello sanzionatorio.
Invero nell’ordinamento giuridico italiano, fino alla legge 190/2012, il termine “corruzione” ha sempre avuto un’accezione penalmente rilevante, identificandosi con i reati previsti e puniti dal codice penale, in un’ottica essenzialmente sanzionatoria-repressiva, dato che, per definizione, il diritto penale interviene dopo che il fatto di reato è stato commesso

In altri ordinamenti giuridici, nonché in contesti internazionali ed europei, il fenomeno della corruzione viene studiato e contrastato in un’accezione più lata e più ampia, abbracciando non soltanto i fatti penalmente rilevanti, ma con riguardo ad ogni fenomeno di abuso e strumentalizzazione della funzione pubblica per conseguire vantaggi indebiti a carattere personale e clientelare.
Questa accezione più ampia di corruzione comporta che la reazione dell’ordinamento ai fenomeni corruttivi non è più soltanto di stampo penale-sanzionatorio, ma anche e soprattutto di carattere preventivo e anticipatorio, tramite la predisposizione di una serie di cautele e misure volte ad evitare che il rischio di fenomeni corruttivi possano verificarsi all’interno di una struttura pubblica. Questa visione per molto tempo è stata estranea alla nostra esperienza giuridico positiva, nella quale la lotta alla corruzione è stata demandata esclusivamente alle forze dell’ordine e alla magistratura inquirente e giudicante nell’ambito del meccanismo penale di repressione.
Con la legge 190/2012, nota nella vulgata come legge anticorruzione, questa lacuna dell’ordinamento italiano viene tendenzialmente colmata, in quanto il legislatore ha predisposto una completa normativa sulla prevenzione della corruzione, con il chiaro intento di arginare i dilaganti fenomeni di malcostume e di corruzione all’interno delle pubbliche amministrazioni, anche locali, tramite l’adozione di misure di natura amministrativa (e non solo penale) e la creazione di un sistema pubblico di prevenzione della corruzione.
La normativa anticorruzione è stata recentemente implementata dalla l. 69/2015, emanata nel pieno della bufera di vari scandali che hanno coinvolto alcune delle opere di realizzazione pubblica più discusse, come le infrastrutture nell’area di Venezia o il sito dell’Expo a Milano.
Tale novella ha decretato il generale inasprimento delle pene per i reati contro la pubblica amministrazione e per le condotte di stampo mafioso, nonché la modifica dei reati di falso in bilancio e della concussione, che era stata già spacchettata con la legge Severino del 90. La riforma ha poi definitivamente scartato l’ipotesi di introdurre, come metodo di contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione, la figura dell’agente provocatore ovvero quel soggetto che, inseritosi nella pubblica amministrazione a mero scopo investigativo, proponga ad un funzionario pubblico denaro od altra utilità in cambio di atti favorevoli, per verificare la corruttibilità.
L’agente provocatore viene distinto dalla figura dell’agente sotto copertura che trova riconoscimento e attuazione nel nostro ordinamento nell’ambito delle indagini cd. antimafia (L. n. 146/2006, art. 9) e antidroga (D.P.R. n. 309/1990, art. 97), attraverso una speciale causa di non punibilità per gli agenti di Polizia giudiziaria: tuttavia il nostro sistema non prevede oggi una simile disciplina nel contesto delle indagini per reati contro la pubblica Amministrazione.
Per tale motivo dell’uso dell’agente provocatore si torna a discutere ciclicamente in Italia, ogni volta che si rianima il dibattitto sulla lotta alla corruzione come è avvenuto nei fatti di cronaca delle ultime settimane a seguito dell’inchiesta Fanpage, nella quale alcuni giornalisti avevano agito quali istigatori di fatti di corruzione, consegnando il materiale raccolto e i tanti video registrati di nascosto all’attenzione della Procura di Napoli, che valuterà il tutto.
La mancata attuazione dell’agente provocatore è stata, però, bilanciata dall’introduzione di ulteriori innovazioni previste dalla normativa anticorruzione, come l’incremento dei poteri di vigilanza e controllo dell’Autorità nazionale anticorruzione sui contratti degli appalti. In relazione ai provvedimenti di controllo ex post negli ultimi anni sono stati, inoltre, rafforzati i poteri dell’Autorità Nazionale Anticorruzione in quei settori dove più forte è il rischio di penetrazione delle organizzazioni criminali (appalti di lavori, servizi e forniture nonché concessioni di lavori e servizi). In particolare, con l’emanazione del codice dei contratti pubblici, lANAC è stata, in un primo momento, resa titolare del potere di raccomandazione che le consentiva di invitare la stazione appaltante ad annullare in autotutela un’aggiudicazione illegittima e sanzionare il dirigente inadempiente e, oggi, di impugnare, previa emissione di un parere motivato precontenzioso indirizzato alla stazione appaltante, i provvedimenti amministrativi relativi procedure di evidenza pubblica affetti da gravi vizi di legittimità (ex art. 211 codice contratti pubblici e s.m.i.). La recente modifica del codice dei contratti pubblici fa, quindi, dellANAC una parte pubblica nei processi amministrativi aventi ad oggetto le procedure di affidamento di lavori, servizi forniture o concessioni di lavori e servizi, attribuendole un potere di iniziativa processuale che prescinde dall’esigenza di tutela di una posizione di interesse legittimo e presuppone solamente l’esistenza di un grave vizio di legittimità.
Sempre nel quadro degli strumenti amministrativi previsti dalla c.d. Legge Severino si possono ricordare anche gli obblighi di pubblicizzazione sul sito istituzionale dell’ente di numerosi atti ed informazioni, volti a garantire un controllo diffuso da parte dei cittadini sull’attività amministrativa: si tratta di un istituto che va letto nell’ottica di una nuova e più incisiva declinazione del principio di trasparenza la cui effettività è rimessa al controllo dellANAC (cfr. art. 45 d.lgs. 33/2013) e coordinato all’accesso civico che consente a qualunque interessato di attivare rimedi amministrativi (la richiesta di riesame al responsabile anticorruzione, cfr. art. 5, comma 7 d.lgs. 33/2013) e giurisdizionali (l’azione di condanna secondo il rito abbreviato previsto in tema di accesso dall’art. 116 c.p.a.) per ottenere la pubblicazione dell’atto amministrativo sul sito istituzionale dell’ente.

Roma 30 aprile 2018

Dipartimento di Scienze Giuridiche                                                                                 Il Docente della U.P.T.M. in Diritto Penale                                                          Avvocato  Monica Riccardi